Quella sera dopo il lavoro mi stavo recando alla stazione per prenotare il treno. Di lì a qualche giorno sarei partita per Berna, in visita ai miei cugini. Stavo salendo la scalinata che, dalla Cattedrale vicino alla quale c'era il mio ufficio, porta alla stazione di Lugano, ed ero concentrata nei miei pensieri come sempre mi succede quando cammino, così ad un primo momento non l'ho visto né ho sentito subito cosa mi ha detto. Anzi, ho proseguito di qualche passo prima di realizzare che quella persona si era rivolta a me; mi sono allora girata su me stessa, lui stava già proseguendo per la sua strada, e gli ho detto: "scusa, dicevi a me?"
A quel punto anche lui si ferma, torna indietro e mi risponde: "si, ti ho chiesto se hai degli spiccioli".
Nella mia ingenuità di diciottenne allevata un po' in una campana di vetro, ho pensato <che strano, chissà perché vuole cambiare dei soldi con degli spiccioli....> e gli ho risposto, no, mi dispiace, credo di avere solo pezzi grossi.
"Non fa niente, ciao" risponde lui, e fa per riavviarsi. A quel punto però la mia curiosità si era accesa, così gli chiedo a cosa gli servano degli spiccioli.
"Ma niente - fa lui, che probabilmente ha capito la mia ingenuità - volevo sapere se avevi qualche soldo."
Sempre più incuriosita gli chiedo perché, forse che lui non ne ha di soldi?
"No, in realtà non ne ho più" - evidentemente aveva deciso di raccontarmi le sue disavventure - "sai, sono venuto qualche giorno a vedere la Svizzera, ma ho fatto male i conti e non ho più soldi. Ho perso i contatti con i miei amici, e non so come fare".
Naturalmente mi si risveglia l'istinto da crocerossina, e decido di dargli una mano. Gli dico che se mi accompagna in stazione a fare il biglietto, poi lo posso aiutare a trovare un posto dove passare la notte. La mia mente fervida stava già pensando ad una soluzione...e in breve l'avevo già trovata.
Con la mia amica Lilli ci eravamo impossessate della soffitta sopra casa sua, una palazzina in pieno centro città, e l'avevamo rimessa a posto: ridipinte le pareti, attaccato qualche mensola, messo tappeti e cuscini per terra, e una pila di dischi e libri in un angolo. Era il nostro rifugio da mondo, la nostra "mansarda" di sapore parigino e bohemiènne.
Lì quel ragazzo avrebbe potuto passare tranquillamente la notte, e il mattino dopo ritrovare i suoi amici e tornarsene a casa.
Così ci mettiamo in cammino, e fatta la mia commissione torniamo verso il centro città. Le chiacchiere fra noi ormai erano attivate, lui mi stava raccontando la sua vita (o così almeno credevo...) e io la mia, anche se la sua mi sembrava infinitamente più interessante della mia. Mi disse di essere un aspirante scultore, voleva andare in Versilia per lavorare come ragazzo di bottega in qualche laboratorio dove si lavorava il marmo. Disse di essere di Roma, il nome non me lo ricordo, e che i suoi amici lo chiamavano Beethoven, perché amava molto la sua musica.
Arrivati che fummo alla mansarda, lui ne fu entusiasta naturalmente. Il posto era ideale per poterci passare la notte, nessuno lo avrebbe disturbato, solo avrebbe dovuto stare attento a non fare troppo rumore e non far notare la sua presenza lassù in soffitta.
Erano circa le 18, un po' presto per andarsene già a dormire, e io dovevo rientrare a casa.
"Lascia che ti offra almeno un caffè per la tua gentilezza" mi fa lui. Beh, ma con quali soldi? non me lo sono chiesta. Ormai ero affascinata da questo tipo stravagante, e non volevo certo che l'incontro si concludesse così presto!
Mi viene in mente che forse lui non ha nemmeno cenato, e senza soldi difficilmente lo potrà fare. Non so come risolvere il problema, ma lui mi dice di non preoccuparmi, che è abituato a mangiare poco e non ha tanta fame. Così andiamo in un bar a bere qualcosa, e lui si rimpinza di noccioline e snack da aperitivo. A quei tempi non usavano ancora gli happy hours, se no avrebbe svoltato!
Dopo quella specie di aperitivo, lo riaccompagno verso la mansarda ma....ahimè nel frattempo qualcuno aveva chiuso il portone principale, e di quello io non avevo la chiave! La mia amica in quel periodo non era a Lugano, e non potevo certo chiamare sua madre per farmi aprire!
Ero molto dispiaciuta, la bella soluzione trovata era sfumata come neve al sole....e Beethoven era di nuovo senza un rifugio per la notte. A quel punto lui mi confessa di aver lasciato una cosa in mansarda, una cosa che vorrebbe recuperare, ma soprattutto una cosa che non vorrebbe trovassero altri perché potrei avere dei problemi io. Non capisco....cosa? di cosa si tratta?...
Un pacchettino di hashish.
La mente mi si accende in un lampo! Ma che stupida! Ecco a cosa gli servivano gli spiccioli....non a pagarsi un caffè, o un panino! Ma come ho fatto a non pensarci?
La cosa comunque non mi sconvolge, penso che al mattino dopo si può facilmente salire in mansarda e recuperarla. Il problema ora è dove fargli passare la notte. Mi viene un'idea: la nostra cantina.
E' un locale asciutto, fresco in estate, e ci sono dentro le attrezzature da campeggio: sedie, tavolo, fornello, ma soprattutto brandine. Così gli propongo di venire a casa mia con me, naturalmente senza salire, mi aspetterebbe giù e io con una scusa scenderei in cantina con la chiave.
Con un paio di coperte e la brandina gli preparo un comodo rifugio per la notte, gli porto una bottiglia d'acqua e una banana, l'unica cosa che riesco a "rubare" senza destare sospetti. Ho il cuore che mi batte all'impazzata per la paura di farmi scoprire dai miei. Non riesco ad immaginare la loro reazione se scoprissero cosa stavo facendo! Ma ormai ero in ballo....
Quando vado a dormire punto la sveglia molto presto, per avere il tempo di alzarmi prima di tutti e scendere di soppiatto in cantina a liberare il mio "prigioniero". Lui poi sarebbe passato di nuovo dalla mansarda per recuperare il suo "pericoloso pacchetttino".
La sera dopo rientrando a casa mio padre mi dice "ha chiamato un certo Beethoven per te."
"Ah sì?"- faccio io con l'aria più innocente del mondo. "e che voleva?"
"Niente, ha detto solo che voleva salutarti. Ma chi è, lo conosciamo?"
"Mmmm, no....nessuno, uno che ho conosciuto...".
Di questa storia non ne ha mai saputo nulla nessuno.
Nemmeno io ne ho saputo più nulla di lui. Ogni tanto mi torna in mente, come stasera, e mi chiedo che fine abbia fatto.
Mi piace pensare che sia riuscito a diventare scultore, che sia felice, che abbia una vita soddisfacente, e che magari si ricordi ancora di quella ragazzina un po' ingenua che tanti anni fa gli offrì un riparo per notte.